LA DIAGNOSI DI DISLESSIA

Introduzione

Fare una diagnosi di dislessia significa dare un nome ad un problema che si evidenzia nei primi anni di scuola e che si manifesta con una difficoltà nell’acquisizione delle competenze di letto-scrittura. Facilmente però questa difficoltà può essere attribuita a pigrizia o svogliatezza dell’alunno. Attribuire un nome “scientifico” a tale difficoltà significa circoscrivere un problema e avere la possibilità di individuare ciò che in esso è modificabile e le strategie che possono contribuire a realizzare un cambiamento. La diagnosi funge spesso da spartiacque tra un “prima” e un “dopo”, tra l’incertezza e la scarsa autostima di sé del “prima” e una nuova consapevolezza delle proprie capacità e una nuova percezione del proprio modo di apprendere del “dopo”.

Dare un nome alla sua difficoltà significa per il bambino riconoscere di “non essere sbagliato” ma semplicemente di “apprendere in modo diverso”.

 

Il momento della diagnosi quindi non deve essere considerato solo un punto di arrivo di una storia scolastica fatta di grandi fatiche, frustrazione e numerosi insuccessi ma anche un nuovo punto di partenza verso l’individuazione di nuove strategie che possano migliorare significativamente la vita scolastica, e spesso non solo, del bambino o del ragazzo.1 Da quel momento occorre che tutto il sistema familiare, scolastico e sociale del ragazzo prenda atto di queste sue caratteristiche e lo faciliti nel processo di apprendimento fornendogli tutti gli strumenti e le strategie necessarie.

 

La scuola assume ancora oggi atteggiamenti contrastanti di fronte a una certificazione di DSA: si possono incontrare insegnanti che la sollecitano e la assumono come base per una progettazione didattica inclusiva e facilitante, ma anche altri che la vivono come un aggravio burocratico del proprio lavoro, come un fastidio, perché li costringe a rivedere la propria modalità di insegnamento, differenziando e parcellizzando la didattica secondo le diverse caratteristiche degli allievi. Ancora oggi alcuni insegnanti credono che la dislessia sia una malattia dalla quale si può guarire oppure considerano la certificazione come una corsia preferenziale che alcune famiglie cercano per facilitare la vita scolastica di figli svogliati.

 

Fortunatamente sempre di più sono gli insegnanti informati e che vedono nella flessibilità del metodo di insegnamento una ricchezza per la propria professionalità che viene messa a disposizione dei propri allievi e delle diverse caratteristiche di ciascuno.

 

In questo lavoro illustrerò le modalità di diagnosi della dislessia e mi soffermerò su uno strumento di identificazione precoce dei disturbi dell’apprendimento, il questionario IPDA. Illustrerò inoltre la differenza tra diagnosi e certificazione come presupposto per l’elaborazione del Pdp.

Dall’osservazione dei segnali alla diagnosi funzionale

 

La valutazione è un momento importantissimo per tutti i bambini e ragazzi con DSA e per le loro famiglie e ognuno di loro ci arriva portando la propria storia personale i propri dubbi, le proprie incertezze e le proprie fatiche.

 

E’ importante che la scuola sia pronta e dotata delle necessarie competenze per osservare e segnalare le difficoltà così da attivare ancor prima delle diagnosi tutte le misure necessarie ad agevolare l’apprendimento di ogni alunno.

 

La valutazione ha il compito di rispondere a a interrogativi complessi: non solo deve fornire un’etichetta diagnostica ma deve comprendere il funzionamento cognitivo ed emotivo del ragazzo e analizzare le specifiche difficoltà di apprendimento. Con la diagnosi infatti gli specialisti forniscono indicazioni sulle strategie didattiche e gli interventi riabilitativi maggiormente idonei per quel singolo bambino.

 

La scuola deve essere quindi pronta ad accogliere queste indicazioni per realizzare un progetto educativo a sostegno dell’apprendimento di ogni bambino che parta dalle caratteristiche e dalla storia individuale, affinché si crei una rete di aiuto che lo accompagni per tutto il percorso scolastico.2

 

I segnali della dislessia riguardano le difficoltà nel riconoscere le lettere, i segni ortografici, le regole di conversione da grafema a fonema e nella costruzione delle parole partendo dai singoli suoni. I bambini dislessici faticano ad automatizzare queste competenze incorrendo spesso in numerosi errori. Ciò che distingue un ritardo nell’acquisizione delle competenze di letto-scrittura dalla dislessia è il permanere della difficoltà anche con il proseguimento del percorso scolastico.

 

Fare una diagnosi significa attivare un percorso clinico-tecnico che identifichi i motivi di una problematica. L’istituto Superiore di Sanità indica che le figure specialistiche deputate alla diagnosi di DSA sono lo psicologo, il neuropsichiatra infantile o il logopedista. La certificazione deve essere redatta presso una Neuropsichiatria Infantile o presso un Centro Specializzato accreditato con il Sistema Sanitario Nazionale.3

 

Il percorso di diagnosi è costituito da alcuni incontri con gli specialisti , durante i quali oltre ad indagare la storia del bambino, approfondendo i motivi dell’insuccesso scolastico e tutto ciò che riguarda il suo sviluppo, si sottopone il bambino a test standardizzati; prima però occorre escludere la presenza di deficit sensoriali (vista e udito), neurologici, cognitivi e relazionali. La dislessia infatti può essere diagnosticata solo in bambini che presentino un QI nella norma, privi di deficit sensoriali e inseriti in un contesto sociale e scolastico adeguato.4

 

I test utilizzati in fase di diagnosi, come l’ICD 10 e il DSM IV e V, sono impostati in maniera tale da poter paragonare il punteggio ottenuto dal soggetto con quello di un più ampio campione di riferimento così da garantire risultati uniformi e oggettivi alla valutazione diagnostica 5.

Generalmente i test propedeutici alla diagnosi di dislessia sono:

  • Lettura di brano: per valutare le capacità generali di lettura

  • Lettura di parole

  • Lettura di non – parole

    per valutare le abilità lessicali di lettura e le abilità fonologiche della lettura

Nell’analizzare le abilità di lettura si fa riferimento a due parametri:

  • la correttezza attraverso la rilevazione degli errori di lettura, che numericamente sono molti di più di quelli che ci si aspetterebbe per l’età o la classe frequentata;

  • la velocità di lettura, la quale indica le sillabe che il soggetto legge in 1 secondo.

La prestazione è ritenuta patologica se si colloca al di sotto del 5 percentile o al di sotto delle -2 deviazioni standard. Essere al di sotto di tale soglia significa che su 100 studenti della stessa età almeno 95 avrebbero avuto una prestazione migliore. 6

Dal punteggio ottenuto sarà possibile desumere le caratteristiche della capacità di lettura e comprensione del testo dello studente: lenta ma corretta, lenta e scorretta, veloce ma scorretta. L’intervento di potenziamento o recupero delle abilità di lettura e le misure dispensative o compensative suggerite saranno diverse sulla base delle suddette caratteristiche.

Altre importanti indicazioni deriveranno dalla prova di comprensione del testo: ad uno studente con lettura lenta ma comprensione adeguata potranno essere somministrate verifiche più brevi o con tempi prolungati ma non dovranno essere semplificati nei contenuti, potranno studiare testi più ridotti ma potranno usufruire di schemi e mappe.

Nel caso invece in cui la comprensione del testo scritto sia compromessa a favore di un testo ascoltato si potranno suggerire allo studente strumento compensativi quali il lettore vocale e misure dispensative come l’esonero dalla lettura ad alta voce.

Nella relazione conclusiva di un bambino con dislessia dovremmo trovare:

  • la sintesi diagnostica in cui vengono indicati i codici ICD-10, così da capire nel dettaglio di che tipo di DSA si tratta;

  • il suggerimento degli aiuti che bisogna mettere in atto, ovvero tutte le informazioni necessarie per stilare una programmazione educativa e didattica. 7

L’identificazione precoce attraverso una valutazione dei prerequisiti

La Legge 170/2010 attribuisce alla scuola il compito di svolgere attività di individuazione precoce dei casi a rischio di sviluppo di un DSA. Tale attribuzione è stata recepita anche dalle “Linee Guida per la predisposizione dei protocolli regionali per le attività di individuazione precoce dei casi sospetti di DSA” promuovendo azioni di indagine sui fattori di rischio a partire dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia. 8

 

I test di screening non possono essere considerati strumenti diagnostici ma possono allertare riguardo alla possibilità che si possa sviluppare un disturbo specifico dell’apprendimento, ma prima di poter esserne certi occorre attendere i tempi giusti per una valutazione professionale ed accurata. La diagnosi infatti non è possibile prima dei 7 anni, quando cioè sia stata superata la prima fase di apprendimento della lettura e quindi quando sia possibile distinguere le normali difficoltà di apprendimento di un processo così complesso da difficoltà riconducibili alla dislessia.

Alla scuola dell’infanzia quindi è affidato il compito di riconoscere i segnali di una possibile comparsa di un DSA attraverso l’osservazione e la valutazione dei prerequisiti. Con questo termine si identificano quelle “competenze cognitive fondamentali nel favorire gli apprendimenti scolastici e che costituiscono condizioni indispensabili affinché le successive acquisizioni possano poggiarsi su basi cognitive solide”. La mancanza di una o più di queste competenze costituisce un fattore di rischio.9

L’IPDA è uno strumento osservativo in grado di “misurare il rischio” di sviluppare una difficoltà di apprendimento. Non è uno strumento di diagnosi ma di prevenzione secondaria in quanto ha lo scopo di rendere più precoce possibile l’individuazione di questi disturbi per poter intervenire tempestivamente. 10Una presa in carico precoce riduce infatti il rischio di insorgenza di problemi secondari emotivi (il rischio di sviluppo di queste problematiche è 3 volte superiore alla media) e di abbandono scolastico. 11

L’IPDA è in grado di indagare tutte le aree dei prerequisiti:

AREE GENERALI

aspetti comportamentali (ad es. interesse e motivazione ad apprendere, adeguamento alle regole, capacità di collaborazione, di autonomia o di concentrazione)

comprensione linguistica (capacità di ascoltare e seguire conversazioni, seguire istruzioni…)

espressione orale (capacità di raccontare, chiarezza di espressione, ricchezza del vocabolario…)

metacognizione (consapevolezza e controllo del proprio processo cognitivo)

altre abilità cognitive quali memoria, prassia e orientamento.

AREE SPECIFICHE

pre-alfabetizzazione

pre-matematica

Questo strumento è costituito da item (frasi) che illustrano comportamenti o azioni legate alle diverse aree indagate; le insegnanti, attraverso l’osservazione dei bambini di 5 anni, dovranno dire con quale frequenza questi comportamenti si presentino in ogni singolo bambino.12

Le sperimentazioni di screening mediante IPDA hanno evidenziato la sua utilità in quanto ha contribuito a individuare le situazioni a rischio DSA ma anche semplici difficoltà di linguaggio, di attenzione o fragilità emotive e ha consentito di avviare tempestivamente interventi educativi e didattici di potenziamento o recupero delle competenze o di inviare precocemente verso un percorso diagnostico.

Anche gli strumenti di screening possono quindi diventare strumento per una progettazione educativa e didattica pensata sulle caratteristiche di ogni bambino, sostenendo precocemente i punti di debolezza e valorizzando i punti di forza.

Il futuro di un bambino con dislessia evolutiva sarà tanto migliore quanto più precoce sarà l’intervento, quanto migliori sono le sue capacità cognitive, quanto più il bambino e il suo disturbo vengono compresi nell’ambiente di vita, sia in famiglia che a scuola. E’ fondamentale infatti che si crei una rete attorno al bambino in grado di aiutarlo nella ricerca delle strategie di compensazione e nella costruzione di un’immagine di sé positiva e competente.13

Differenza tra diagnosi e certificazione

La nota ministeriale del 22 novembre 2013 “Strumenti di intervento alunni BES A.S. 2013-2014 – Chiarimenti” specifica che

Per «certificazione» si intende un documento, con valore legale, che attesta il diritto dell’interessato ad avvalersi delle misure previste da precise disposizioni di legge — nei casi che qui interessano: dalla Legge 104/92 o dalla Legge 170/2010 — le cui procedure di rilascio ed i conseguenti diritti che ne derivano sono disciplinati dalle suddette leggi e dalla normativa di riferimento”. Per «diagnosi» si intende invece un giudizio clinico, attestante la presenza di una patologia o di un disturbo, che può essere rilasciato da un medico, da uno psicologo o comunque da uno specialista iscritto negli albi delle professioni sanitarie. Pertanto, le strutture pubbliche (e quelle accreditate nel caso della Legge 170), rilasciano «certificazioni» per alunni con disabilità e con DSA. Per disturbi ed altre patologie non certificabili (disturbi del linguaggio, ritardo maturativo, ecc.), ma che hanno un fondamento clinico, si parla di «diagnosi».14

Alla luce di quanto sopra citato, per ciò che riguarda i DSA, una diagnosi rilasciata da un ente pubblico o accreditato viene definita anche «certificazione». Una diagnosi rilasciata invece da struttura privata può essere accettata dalla scuola solo in quanto tale e non come “certificazione” a termini di legge, pertanto qualsiasi misura attivata a sostegno dell’alunno, così come per tutte le altre situazioni di difficoltà non certificate, rimane una libera scelta della scuola, pur auspicata e caldeggiata dal MIUR con circolare ufficiale del MIUR del 6 marzo 2013.

La diagnosi/certificazione ha in generale le seguenti finalità:

rispondere a tutti i dubbi sull’apprendimento del soggetto;

indicare le modalità attraverso cui intervenire, come le attività consigliate di potenziamento delle abilità e del metodo di studio, e, se necessario, anche suggerimenti a carattere educativo; 15

Questo diventa quindi il documento cardine che serve alla scuola per stilare il Piano Didattico Personalizzato (PDP) il quale a sua volta diventa uno strumento nelle mani degli insegnanti per formalizzare e rendere consapevoli quali saranno le modalità didattiche di supporto previste per ogni alunno con DSA. Sarebbe auspicabile uscire dagli schemi preconfezionati di PDP per elaborare un progetto che al di là delle crocette accanto alle misure dispensative e compensative per ogni materia sia in grado di identificare i punti di forza di ogni alunno incentivando il lavoro di rete e la crescita dell’autostima del ragazzo oltre che delle sue competenze.

Conclusioni

Di fronte a una difficoltà di apprendimento di un bambino spesso si tende a minimizzare con un “forse è solo un po’ più lento degli altri” oppure “con il tempo imparerà” oppure ancora si addossa la responsabilità al metodo di insegnamento dell’insegnante.

La scelta di intraprendere un percorso di diagnosi in ambito sanitario, psicologico o neuropsichiatrico in particolare, è spesso una grande fatica emotiva per le famiglie e per i bambini perché temono di sentirsi giudicati, di scoprire qualche deficit che li esponga al rischio di essere etichettati come inferiori o inadeguati.

La parola “valutazione” associata a un’idea di performance, l’attribuzione di un “punteggio” alla capacità intellettiva del bambino e al discostamento dagli standard previsti, fanno nascere un’idea di “diversità” che può essere vissuta come un limite.

Quello che invece deve essere posto alla base di qualsiasi intervento educativo e didattico con i bambini dislessici, o più in generale DSA, è che la dislessia rappresenta una caratteristica dell’individuo che può costituire un ostacolo per l’acquisizione di alcune competenze ma che può anche essere “aggirato” utilizzando strategie e strumenti adatti alle proprie caratteristiche; in questo modo lo studente potrà apprendere i medesimi contenuti dei suoi compagni e raggiungere il successo scolastico.

Attraverso adeguati strumenti compensativi e misure dispensative ma soprattutto con un intervento di diagnosi e di sostegno precoce, lo studente potrà raggiungere un nuovo equilibrio non solo nello studio ma anche nella sfera emotiva e nell’autostima in particolare.

Per essere efficace un PDP dovrà basarsi sul rispetto della persona, valorizzando la sua complessità fatta di difficoltà ma anche di risorse, di tempi e modalità di apprendimento diverse.

Solo partendo da questi presupposti si potrà arrivare, a piccoli passi, a costruire una scuola davvero inclusiva, dove ognuno potrà apprendere secondo il proprio stile senza sentirsi diverso o inferiore o di ostacolo agli altri ma potendo condividere situazioni, tempi e apprendimenti.

Note

 

1 Brembati F. Donini R. DSA e compiti a casa – strategie per rendere efficace lo studio e lo svolgimento dei compiti – Edizioni Erickson, Trento, 2013

2 Brembati F. , Donini R. op. cit

3 Stella G., Savelli E. Dislessia oggi Prospettive di diagnosi e intervento in Italia dopo la legge 170, Edizioni Erickson, Trento, 2011

4 Lo Presti G. Nostro figlio è dislessico . Manuale di auto-aiuto per i genitori di bambini con DSA Edizioni Erickson, Trento 2017

5 Stella G., Savelli E. op.cit.

6 Brembati F. , Donini R., op. cit.

7 Lo Presti G. Nostro figlio è dislessico. Manuale di autoaiuto per i genitori di bambini con DSA Edizioni Erickson, Trento 2017

8 Veronesi E. Cottone F. Calabresi L. Ghezzi Confalonieri F. “Screening per l’identificazione precoce delle difficoltà di apprendimento – Indagine conoscitiva in una scuola dell’infanzia della Provincia di Milano” in Logopedia e Comunicazione, Vol. 10 n. 1 – Gennaio 2014

9 Veronesi E. Cottone F. Calabresi L. Ghezzi Confalonieri F. op. cit.

10 Veronesi E. Cottone F. Calabresi L. Ghezzi Confalonieri F. op. cit.

11 Penge R. Screening, indicatori precoci e fattori di rischio per i dsa in ANNALI DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE Simoneschi G. a cura di, La dislessia e i disturbi specifici di apprendimento Teoria e prassi in una prospettiva inclusiva, Ed. Le Monnier 02/2010

12 Veronesi E. Cottone F. Calabresi L. Ghezzi Confalonieri F. op. cit.

13 Icotea – Argomento 8 “La diagnosi nella dislessia” in Master Disturbi specifici dell’apprendimento

14 Nota Miur n. 2563 del 22 novembre 2013 Strumenti di intervento alunni DSA a.s. 2013-14 chiarimenti

15 Lo Presti G. op. cit.

Bibliografia

Biancardi A, Milano G. Quando un bambino non sa leggere, Rizzoli, 1999

Cornoldi C., Le difficoltà di apprendimento a scuola, Il Mulino, Bologna, 2017

Cornoldi C. Tressoldi P., Linee guida per la diagnosi dei profili di dislessia e disortografia previsti dalla Legge 170: invito a un dibattito, in Psicologia clinica dello sviluppo, a XVIII, n. 1 , aprile 2014

Marotta L., Varvara P. (a cura di) Funzioni esecutive nei DSA: disturbo di lettura: valutazione e intervento, Edizioni Erickson 2013 Penge R. Screening, indicatori precoci e fattori di rischio per i dsa in ANNALI DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE Simoneschi G. a cura di, La dislessia e i disturbi specifici di apprendimento Teoria e prassi in una prospettiva inclusiva, Ed. Le Monnier 02/2010

Reid G., E’ dislessia – domande e risposte utili, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2013

Stella G., Savelli E., Dislessia Oggi. Prospettive di diagnosi e intervento in Italia dopo la Legge 170, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento, 2011

Lo Presti G. Nostro figlio è dislessico. Manuale di autoaiuto per i genitori di bambini con DSA Edizioni Erickson, 2017

Veronesi E. Cottone F. Calabresi L. Ghezzi Confalonieri F., Screening per l’identificazione precoce delle difficoltà di apprendimento – Indagine conoscitiva in una scuola dell’infanzia della Provincia di Milano in Logopedia e Comunicazione, Vol. 10 n. 1 – Gennaio 2014

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